“Gela- La città del petrolio riparte con il progetto chiamato Offshore Ibleo” da Il Sole24Ore

“Gela- La città del petrolio riparte con il progetto chiamato Offshore Ibleo” da Il Sole24Ore

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Eccomi nel “Texas d’Italia”. No, il “Texas d’Italia” non è la val d’Agri, non la zona dei giacimenti di Tempa Rossa in Basilicata, non l’Appennino parmense dove si perfora da più d’un secolo. È Gela, in Sicilia, dove da mezzo secolo ci sono più di cento pozzi, quelli che sembrano un collo di giraffa che si china su e giù come nei documentari sull’Arabia o nei film ambientati in Texas. Gela cambia via dopo 60 anni di economia petrodipendente. Mentre la raffineria non raffina più greggio e produce biocarburanti, i giacimenti vanno verso il metano: con un investimento da 1,8 miliardi, l’Eni sta avviando i programmi per sfruttare i giacimenti di gas dell’Offshore Ibleo al largo del Canale di Sicilia.
A Gela i cento pozzi pescano il greggio dalle profondità del sottosuolo. Sono dovunque. Pozzi oltre il ciglio della statale 115 Sud Occidentale Sicula. Pozzi alle spalle del cartello «Gela città derackettizzata» (proprio così, sul cartello alle prime case è scritto in lettere maiuscole: «Gela città derackettizzata»). Di fronte alla Turco Costruzioni (pozzo di petrolio Gela91Dir). Pozzi a fianco della cooperativa ortofrutticola Agroverde (pozzo Gela39). Oltre la Malluzzo Prefabbricati (trivella di perforazione). A fianco del piazzale del bar Vella circondato dalle auto posteggiate per un caffè e un pacchetto di marlbòro (pozzo Gela98). Sono arrivato a contare fino al pozzo Gela108Dir di lato alla provinciale 192, ma il mio censimento è incompleto.
La piattaforma Prezioso
E pozzi anche in mare. Dalla collina di capo Soprano e dalle finestre degli istituti tecnici Morselli e Maiorana si vede laggiù in mezzo al Canale di Sicilia la sagoma inconfondibile della piattaforma Prezioso.
Proprio nel mare attorno alla piattaforma Prezioso sta partendo il grande investimento da 1,8 miliardi di euro per sfruttare i giacimenti colossali di metano fra i 15 e i 40 chilometri al largo verso la Tunisia e la Libia, nascosti sotto centinaia di metri di roccia sul fondo del Canale di Sicilia, nascosti sotto i nomi dall’eleganza tolemaica di Argo e Cassiopea. I giacimenti saranno sviluppati dall’Eni (60%) e dall’Edison (40%).
Stime di riserve di gas: 11,8 miliardi di metri cubi tra il campo Argo (più di 2,6 miliardi di metri cubi), Cassiopea (oltre 7,5) e il più piccolo ma vietato giacimento Panda (più di 1,6 miliardi di metri cubi di metano non perforabili). Un tesoro sepolto. E qualcuno commenta: meglio che sepolto rimanga.
Nata sul petrolio
Gela era la borgata agricola Terranova di Sicilia fino a quando nel Dopoguerra l’Eni (anzi, l’Agip) scoprì petrolio. E poi i giacimenti di metano a Gagliano Castelferrato (Enna), dove quel 27 ottobre 1962 Enrico Mattei tenne un importante e memorabile discorso pubblico sul ruolo del metano e sugli investimenti per fare uscire la Sicilia dalla morsa del bracciantato feudale e della mafia, poi Mattei salì sull’aereo dell’Eni marcato I-SNAP diretto verso Linate e a Linate non arrivò mai.
La raffineria di Gela, anzi Raffineria con la erre maiuscola, è stata costruita tra il 1960 e il 1963. Un rettangolo disteso lungo le dune della costa, 500 ettari di estensione, posta sottovento rispetto alla città. La Raffineria aveva 3mila addetti.
Con la globalizzazione dei mercati, il petrolchimico di Gela era condannato a chiudere. Troppo piccolo e troppo costoso rispetto alla competizione giocata dai colossi del mondo. Affinché la Raffineria non chiudesse nel 2014 la Regione Siciliana, presidente era Rosario Crocetta, firmò con l’Eni un accordo di programma per uscire dal petrolio e riconvertire gli impianti ai biocarburanti. I tempi dei 3mila dipendenti sembrano tornati, i 1.800 dipendenti diretti del gruppo Eni e il migliaio di addetti delle imprese dell’indotto.
In mezzo al mare
Dalla Raffineria si protende in mezzo al mare per 3 chilometri il molo pontile cui una volta ormeggiavano le petroliere. Pare di toccare con la mano la piattaforma Prezioso che sta a 11 chilometri al largo. La piattaforma Prezioso sarà la base logistica, il perno, dei giacimenti di metano che stanno verso Pantelleria, Linosa e verso Gerba in Tunisia. I pozzi porteranno il metano con un ordito di tubi posati sul fondo del mare fino alla piattaforma Prezioso, dove sarà allestito l’impianto di pulizia del gas.
Poi dalla piattaforma il tubo posato sul fondo del mare approderà a fianco del pontile e arriverà a fianco delle condutture del metanodotto che approda dalla Libia, il Greenstream.
Quelli del no
Come è prevedibile, nelle zone di fronte alla zona dei giacimenti si sono formati i comitati del no.
Quando si è trattato di autorizzare in alto mare il pozzo esplorativo Lince, nell’agosto 2014 la giunta comunale della Città di Licata, con un documento dai toni infocati completato da timbri e firme, si è associata alla protesta di Greenpeace dicendo che il pozzo avrebbe danneggiato gravemente la pesca, avrebbe scacciato il turismo e avrebbe devastato anche l’area protetta del Biviere, che è a una quarantina di chilometri oltre Manfria e oltre Gela. Il Comune di Vittoria, una cinquantina di chilometri ancora più in là, ha lanciato un accorato allarme per i rischi di terremoti.
Simili le proteste contro le ecografie al sottosuolo per individuare i giacimenti. Gli appassionati frequentatori della meravigliosa Pantelleria hanno mandato al ministero dell’Ambiente lettere-fotocopia di pari indignata protesta contro le prospezioni con l’air gun.
Infine un mese fa, era il 12 gennaio, circa 2mila persone si sono trovate a Licata, 37mila abitanti, e hanno sfilato in corteo per protestare contro il progetto. Molti i motti ripetuti in coro dai contestatori e gli striscioni portati lungo il corteo, fra i quali il più aggressivo è stato «trivellazione, miseria e lutto pagherete caro pagherete tutto» e il più efficace è stato «u mari ’un si spurtusa», non si buca. Ma (attenzione ai segnali espressi dai cittadini) quel giorno il popolo della piazza si è ribellato proprio contro quei politici che quella piazza avevano stuzzicato: un deputato del Movimento Cinquestelle è stato contestato, fischiato e accolto da inviti alla vergogna. Ma il popolo del no si rassicuri: ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, ha già più volte garantito che «le trivelle passano per la valutazione di impatto ambientale, e io non le firmo».

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